Una riga nera la piano di sopra

Una riga nera la piano di sopra
Autunno 1951: piove. La piena del Po rompe gli argini e il Polesine diventa un enorme lago di 70 chilometri quadrati. Si fugge senza poter scegliere cosa portare, si fugge per poter tornare, si torna per ricominciare.

Autunno 2021: piove. Una donna è alle prese con l’ennesimo trasloco, scandaglia le stanze, e decide di portare via tutto. Tutto quello che ha.

Il monologo intreccia le due storie, la tragedia naturale e la tragedia personale: perdita, smarrimento, fuga delle proprie case da un lato – separazioni, traslochi, mutui dall’altro.

Un monologo sullo sradicamento volontario e involontario, sui grandi e piccoli eventi che cambiano le nostre vite che si apre alla domanda:
Sarebbe mai possibile per noi perdere veramente tutto?

Una riflessione sulla perdita, sul possesso, su quello che resta.

 

Note
Fare i conti con il caos, con quello che non possiamo calcolare, con la paura di perdere tutto – è questo il centro tematico di Una riga nera al piano di sopra, affrontato attraverso un lavoro di studio approfondito dell’alluvione del Polesine del 1951, attraverso le parole di chi ha vissuto il disastro allora e l’ironia di una donna di oggi, che guarda al proprio disastro precario, personale e generazionale, cercando nuove possibili strade.

Il progetto sonoro di Alessio Foglia crea l’ambiente in cui Matilde Vigna colloca le sue parole. Nella scena spogliata il suono ci accompagna, ci traghetta tra passato e presente, diventa presenza, luogo, evento. Il rumore della piena, l’eco dell’alluvione, il silenzio che resta.

Senet

Senet, il cui titolo fa riferimento al nome di un antichissimo gioco da tavolo egiziano, indicato come un antenato del backgammon, è uno dei due lavori nati nell’ambito della cattività artistica del progetto Zona Rossa, che ha abitato il Bellini da dicembre 2020 a marzo 2021. È, dunque, una scrittura nata sulla scena nel senso vero del termine, creata dormendo a dieci metri dal palco in una situazione in cui “la carne e il legno non sono mai state più vicini di così.” come ricorda Pier Lorenzo Pisano, che aggiunge «Senet si basa su una percezione del fuori distorta. Sull’idea che una parola, detta su un palco col buio attorno, possa creare un mondo. “Cosa c’è fuori?” È una domanda che ci poniamo tantissime volte nel corso di una giornata. Il fuori è un qualcosa di multiforme, in constante definizione, nel bene e nel male. È una sorpresa, è una festa. Certe volte però, magari da piccoli, abbiamo l’impressione che quello che c’è fuori, che tutto il resto del mondo, dipenda da noi. Magari d’estate in un parco, magari al mare, ci sentiamo tristi, e subito le nuvole davanti a noi si inspessiscono e si rabbuiano. Magari abbiamo voglia di correre e urlare, e il vento comincia a soffiare e a spingerci. È il mondo che si adegua a noi, e non il contrario. E magari una sera, in una casa, due donne cominciano ad interrogarsi su quello che c’è fuori. E le loro parole, di paura, di gioia, di dolore, cominciano a creare il mondo, come quando eravamo bambini». Uno spettacolo onirico e intenso, che dopo il debutto nell’ambito del Campania Teatro Festival 2021, va finalmente in scena nel luogo in cui è stato concepito.

Don Juan in Soho

Gabriele Russo firma l’allestimento di Don Juan in Soho, la commedia in cui Patrick Marber (candidato all’Oscar per la sceneggiatura di Closer ), partendo dal Don Giovanni di Moliere, racconta le vicende dello spregiudicato DJ, (interpretato da Daniele Russo) un Don Giovanni contemporaneo, antieroe fascinoso, amorale e ambiguo, ma al tempo stesso sfacciatamente autentico, che si muove tra le mille luci di Soho, il quartiere della trasgressione londinese. Intorno a lui, ruotano un caleidoscopio di tipi umani: l’escort, l’arrivista, la radical chic e una Elvira attivista ecologista, impegnata nella difesa di un ecosistema sostenibile, che il regista immagina come una Carola Rakete dei nostri giorni. Gabriele Russo, a proposito della scelta del testo ci racconta “Dopo sedici mesi di chiusura, la scelta non può non essere condizionata dal vissuto dell’ultimo anno e mezzo e dalle riflessioni sulla funzione del teatro che ne sono conseguite: edonismo, narcisismo, necessità di godere a ogni costo, desiderio di desiderio… Don Giovanni è un emblema di ciò che è inaccettabile, c’è però una radicalità nuova nel suo personaggio: quella di non recitare un ruolo, ma di esserlo. Allo stesso modo diventano radicali e corrispondenti al presente le domande che porta con se questo specifico modo di agire: pur di sopravvivere e mantenere un’apparenza di vita immutata rispetto al passato, fino a che punto sono disposto a sacrificare le mie libertà?”. È a partire, dunque, da un tema universale che saliremo  insieme a un cast composto da 11 straordinari attori sulla giostra della vita di questo Don Juan contemporaneo, tradotta scenicamente da Roberto Crea in un grande rettangolo girevole.

Cleopatràs

I Tre Lai (Cleopatràs, Erodiàs, Mater Strangosciàs) sono il testamento ultimo di Giovanni Testori (1923-1993) e il vertice della straordinaria stagione creativa dello scrittore.
Queste eroine a cavallo di un trapasso epocale, tra loro contemporanee e lontanissime, dalla morte riemergono per raccontarsi e piangere sul corpo dell’amato e raccontare a noi tutti il mistero per eccellenza, quello dell’Amore.

Per Cleopatràs che piange il suo Antonio, il suo Tugnàs, Testori reinventa l’Egitto romano di Shakespeare inserendolo nella topografia della sua amata Valassina, luogo caro all’autore.

Con un impasto linguistico che contraddistinse le sue opere, Testori racconta le ultime ore di vita della grande regina d’Egitto, gran signora, menagèr, star, soubrette al tramonto di una vita grandiosa, a cui sfilano davanti agli occhi le immagini e i suoni salienti della sua vita piena di eros, di amore, di soldi, di passione e anche di tenerezza.

Una figura che acquista una dimensione terrena e sensuale, sempre sull’orlo di una straziante e perturbante ironia.

Giovanni Testori è per Valter Malosti un autore di riferimento e di costante rilettura. Il regista e attore torinese gli ha dedicato lungo tutta la sua carriera numerose messe in scena e lavori multimediali, che hanno ricevuto premi e grandi apprezzamenti di critica e pubblico.

La scena è insieme astratta e concretissima. Studio televisivo, tomba e stanza d’albergo. Nero e oro a dominar su tutto. Una installazione visiva e sonora che parte dalla musica di Puccini, attraversa la scena musicale egiziana contemporanea e viene sommersa da una violenta e inesorabile onda elettronica.       


Note:

“…Dopo aver sfondato i limiti della vita con il suo amatissimo Antonio, Cleopatràs varca il limite ultimo della vita e raggiunge il suo amore nell’aldilà, sperando che ci sia un aldilà e che non finisca tutto in «merdità».
C’è un prezioso documento che Piero Nuti ha custodito gelosamente nell’archivio suo e di Adriana Innocenti: una emozionante lettura fatta in ospedale al San Raffaele da Giovanni Testori dei suoi Tre Lai. In quella registrazione non si riascolta solo la voce di Testori ma qualcosa in più, qualcosa di più intimo: uno spiraglio della sua grande anima. Traspare anche la cura estrema nel far sentire il ritmo del verso, gli a capo, la concretezza.
Come nei versi di Shakespeare infatti non c’è nulla di astratto. Tutto passa attraverso il corpo, tutto è concreto, e soprattutto il senso e i significati passano non solo dalla comprensione, ardua a volte, ma dalla musica delle parole e dal ritmo che le sospinge, ed è come se il fiato stesso di Testori le sospingesse a farsi corpo dalla parola scritta.
Del testo esistono vari manoscritti e ad alcuni dattiloscritti con correzioni d’autore. È stato di grande ispirazione vedere tutte le variazioni contenute in una serie di versi, specie quelli più tormentati: una sorta di testo parallelo sotterraneo e ricchissimo, un fiume che scorre sotto terra e che ogni tanto si affaccia in superficie…”

Valter Malosti

Kahuna Sound

Chi siamo

Kahuna è una parola hawaiana che definisce uno stregone, un mago, una persona molto appassionata e competente della sua professione.  C’è del magico nel ricreare un evento che si è verificato in un altro posto, fare vibrare l’aria allo stesso modo e grazie alla tecnica, riascoltare e rivivere quello che abbiamo registrato altrove… Kahuna Sound è il nome del nostro collettivo Audio con base a Torino, composto da quattro Fonici Audio di Presa Diretta, Editing, Sound Design…

La nostra è una storia semplice, di amicizia e professione. Per il mercato siamo dei competitor e per anni lo siamo stati. La curiosità per il mestiere di fonico ci ha spesso portato a incontraci a confrontarci. Così abbiamo iniziato a collaborare, avevamo molte competenze, anche se diverse, nello stesso campo. Abbiamo pensato che sarebbe stato bello condividere. E quando abbiamo avuto il coraggio di dircelo, ci siamo messi insieme e abbiamo creato Kahuna Sound

Il Team

Davide Santoiemma: Presa diretta & Post-produzione audio

Angelo Galeano: Presa diretta

Marco Montano: Presa diretta & Post-produzione audio

Emiliano Gherlanz: Sound Design & Post-produzione audio

Due parole sugli Arca Studios?

Ho avuto la possibilità di entrare agli Arca Studios e l’ho colta subito perché quando venni in visita respirai finalmente l’aria di chi pensa al futuro e ha voglia di fare.

Questo non può che darmi la carica e spronarmi a fare bene perché sono entrato a fare parte di un gruppo di bravi professionisti.

Se Questo è un Uomo

Per la prima volta in scena direttamente la voce di questa irripetibile opera prima, che è il libro di avventure più atroce e più bello del ventesimo secolo: quella voce senza alcuna altra mediazione. Una voce che nella sua nudità sa restituire la babele del campo – i suoni, le minacce, gli ordini, il rumore della fabbrica di morte

 

La voce di Primo Levi è la voce che più di ogni altra ha saputo far parlare Auschwitz: la voce che da oltre settant’anni, con Se questo è un uomo, racconta ai lettori di tutto il mondo la verità sullo sterminio nazista. È una voce dal timbro inconfondibile, mite e salda: «considerate che questo è stato».

Oggi, nel centenario della nascita di Levi, il direttore di TPE – Teatro Piemonte Europa Valter Malosti firma la regia e l’interpretazione di Se questo è un uomo portando per la prima volta in scena direttamente la voce di questa irripetibile opera prima, che è il libro di avventure più atroce e più bello del ventesimo secolo: quella voce senza alcuna altra mediazione. Una voce che nella sua nudità sa restituire la babele del campo – i suoni, le minacce, gli ordini, il rumore della fabbrica di morte.

Se questo è un uomo va in scena dal 23 aprile al 12 maggio 2019 per la Stagione del Teatro Stabile di Torino al Teatro Carignano e vede assieme per la prima volta in una coproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e Teatro di Roma – Teatro Nazionale, con la consulenza del Centro Internazionale di Studi Primo Levi e la collaborazione del Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Primo Levi, del Polo del ‘900 e di Giulio Einaudi editore.

La condensazione scenica del testo è stata curata da Domenico Scarpa e dallo stesso Malosti. La voce è quella del testimone-protagonista, ma i registri di quella voce sono molti. La voce di Se questo è un uomo contiene in realtà una moltitudine di registri espressivi, narrativi, percettivi e di pensiero. Questi registri, questi scarti, questa fusione di fatti e di pensieri, gli «a parte» meditativi, morali e perfino scientifici, perfino politici, sono altrettante opportunità per Malosti di ricreare in scena quella quantità di dimensioni e di chiaroscuri.

La scena sarà di Margherita Palli, che ha immaginato un cortocircuito visivo tra la memoria del lager e le «nostre tiepide case». Le luci saranno di Cesare Accetta, i costumi di Gianluca Sbicca.

Il progetto sonoro, curato da Gup Alcaro, sarà fondamentale in questa riscrittura scenica. Se questo è un uomo è infatti un’opera acustica. Levi restituisce la babele del campo – i suoni, le minacce, gli ordini, i vocaboli gergali incomprensibili, i rari discorsi chiari e distinti – orchestrandola sulle lingue parlate in quel perimetro di filo spinato.

Come contrappunto al testo e al suono del lager ci saranno tre madrigali originali creati da Carlo Boccadoro a partire dalle poesie che Levi scrive immediatamente dopo il ritorno dal campo di annientamento, negli anni 1945-46.

L’immagine guida è opera del disegnatore e fumettista Pietro Scarnera, che ha rielaborato appositamente per la messa in scena di Se questo è un uomo una tavola del suo graphic novel Una stella tranquilla. Ritratto sentimentale di Primo Levi (Bologna, Comma 22, 2013), premio Cosmonauti per il miglior libro e Prix Révélation al Festival di Angoulême 2016.

Storia di un Porno Dipendente

Storia di un Porno Dipendente

La storia di un porno dipendente disadattato, incapace di costruire rapporti sinceri, se non con la propria mano. Omosessuale latente, si è costruito un bel castello di sicurezze sull’unica cosa che conosce: il porno.
Tra le quattro pareti di un monitor si sente sicuro, potente, capace di appagare tutte le sue perversioni. Delle quali, però, si vergogna.

 

Ascolta “Storia di un pornodipendente letto da Daniele Russo” su Spreaker.

STURA – Documentario

Un documentario sulla presenza umana nel cuneese, scritto e diretto da Davide Borra girato a Gennaio 2019, nei territori del basso Piemonte in 10 locations, 7 periodi storici, 50 rievocatori convalidati dalla Soprintendenza piemontese. Produzione “NO REAL INTERACTIVE srl” con fondi EU gestiti da Unione del Fossanese ed il contributo di Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT. Girato e post-prodotto da ARCA Studios.

Le cinque rose di Jennifer

Jennifer è un travestito romantico che abita in un quartiere popolare della Napoli degli anni ‘80. Chiuso in casa per aspettare la telefonata di Franco, l’ingegnere di Genova di cui è innamorato, gli dedica continuamente Se perdo te di Patty Pravo alla radio che, intanto, trasmette frequenti aggiornamenti sul serial killer che in quelle ore uccide i travestiti del quartiere. Gabriele Russo affronta per la prima volta un testo di Ruccello – scegliendo il più simbolico, quello che nel 1980 impose il drammaturgo all’attenzione di pubblico e critica. Il regista ci preannuncia una messinscena dall’estetica potente, fedele al testo e, dunque, alle intenzioni dell’autore «ci atteniamo alle rigide regole e alle precise indicazioni che ci dà Ruccello stesso – racconta Russo – cercando di attraversare, analizzare, capire sera per sera, replica dopo replica un testo strutturalmente perfetto, che delinea un personaggio così pieno di vita che pare ribellarsi alla mano di una regia che vuole piegarlo alla propria personalissima visione. Non è un testo su cui sovrascrivere ma in cui scavare, per tirare fuori sottotesti, possibilità, suggestioni, dubbi». In scena, un inedito Daniele Russo, affiancato da Sergio Del Prete in un allestimento che restituirà tutta la malinconia del testo senza sacrificarne l’irresistibile umorismo.

Note di regia

Se ci si ferma a pensare, l’unica scelta sensata è quella di non azzardarsi a toccare un testo come Le cinque rose di Jennifer di Annibale RuccelloÈ una pietra miliare del teatro, un testo che quanto più lo si legge e approfondisce tanto più ti penetra, ti entra nell’immaginario, si cristallizza nei pensieri e si deposita nell’inconscio. Anche solo dopo averlo letto (caso raro poiché sappiamo che “il teatro non si legge”) Jennifer smette di essere il personaggio di un testo teatrale per farsi carne e ossa, sangue e sentimenti. Una persona viva, sempre esistita. Qualcosa che ti appartiene, che è dentro di te, nei tuoi sentimenti, nella tua cultura, nei tuoi suoni, nel tuo immaginario. Qualcosa di ancestrale, di antico e moderno, che risuona tutti i giorni dentro di noi, su un palcoscenico, nei vicoli della città o nelle pagine di un libro. Jennifer è il diavolo e l’acqua santa. Eterna contraddizione. Paradigma dell’ambiguità napoletana.
Questa sensazione di appartenenza è quella che soltanto i personaggi dei grandi classici riescono a restituire, quelli che, come fantasmi, si aggirano quotidianamente nelle segrete di tutti i teatri, anche quando in scena si recitano testi contemporanei.
È un testo che è Napoli stessa e dunque punto di riferimento, mito e desiderio di tutta la Napoli teatrale che ne conosce le battute a memoria. È un testo che, come tutti i classici ma in modo forse ancor più radicale, vediamo anche attraverso quello che è già stato, nella voce e nei corpi di chi già lo ha interpretato, primo fra tutti Ruccello stesso. Questi elementi, però, sono anche quelli che ci spingono a rimetterlo in scena, ad accostarci al suo mito, al suo fantasma, con rispetto ma anche liberi da sovrastrutture, poiché apparteniamo alla generazione che non ha vissuto Ruccello negli anni in cui era in vita, non abbiamo vissuto il lutto della sua prematura scomparsa: pertanto, scriviamo su di noi attraverso di lui. Per farlo, ci atteniamo alle rigide regole e alle precise indicazioni che ci dà l’autore stesso, cercando di attraversare, analizzare, capire sera per sera, replica dopo replica un testo strutturalmente perfetto, che delinea un personaggio così pieno di vita che pare ribellarsi alla mano di una regia che vuole piegarlo alla propria personalissima visione. Non è un testo su cui sovrascrivere ma in cui scavare, per tirare fuori sottotesti, possibilità, suggestioni, dubbi. Ad esempio, Anna, il travestito che va a trovarla a casa, chi è? Una proiezione di Jennifer? Il suo inconscio? L’assassino del quartiere? Gli omicidi stanno accadendo realmente? Le telefonate sono vere o inventate? Quel che accade è vero o è tutto nell’immaginario di Jennifer? Ecco perché nella nostra messinscena Anna è presente sul palco tutto il tempo dello spettacolo, osserva Jennifer dall’esterno, si aggira come uno spettro intorno alla casa (l’isola) su cui Jennifer galleggia e vive la sua intimità. È il suo specchio. Queste domande, queste sospensioni sostengono l’atmosfera fra il thriller ed il noir tanto cara a Ruccello, che noi cercheremo di amplificare al fine di creare quella tensione che richiede un testo fatto di telefonate e attese. Un testo che “rimanda” a Pinter o a Beckett…Confesso di aver immaginato anche di metterlo in scena come Giorni Felici, con la sola testa di Jennifer che fuoriusciva da un telo che avrebbe rappresentato il Vesuvio. Ma poi… perché? I temi e i livelli di lettura non sono univoci, non possono essere ingabbiati ed intellettualizzati. Le cinque rose di Jennifer racconta di due travestiti napoletani ma racconta anche e soprattutto la solitudine, la solitudine che è il rovescio della medaglia della speranza che Jennifer mantiene dentro di sè fino alla fine e, dal mio punto di vista, oggi racconta con forza anche la condizione dell’emarginato, quella di chi si deve nascondere. Ecco perché in questa nostra messinscena Jennifer al suo ingresso in casa non vestirà panni che dichiarano la sua condizione femminile ma si nasconderà in abiti apparentemente maschili, trasformandosi solo nell’intimità casalinga, in cui è libera di essere o di provare a essere. La trasformazione è un tema centrale della nostra messinscena: il travestire più che il travestito, il che ci lega anche alla città ed ai mille modi in cui essa si “copre” e “agghinda”. Jennifer si traveste, come un attore, come Napoli. Jennifer si trasforma, come un attore, come Napoli. È fragile, come un attore, come Napoli.  Prova, come un attore, non come Napoli, che non ci prova nemmeno.
L’estetica della messinscena, sarà nel segno del Kitsch, un aspetto che Ruccello tiene ad evidenziare fin dalle prime didascalie, che rimanda a uno stile e a un linguaggio specifici. Per spiegarmi meglio, prendo a prestito le parole di Kundera, secondo il quale «Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. […] Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.» è un mondo di sentimenti, dove vige la dittatura del cuore e, nel caso di Jennifer, la solitudine. Le restano solo gli oggetti e le fantasie a cui aggrapparsi per non sprofondare nel vuoto, nelle mancanze, nelle ansie, nelle angoscia. L’estetica del Kitsch è finzione, così Jennifer finge con gli altri e con se stessa fino alle estreme conseguenze, respinge dal proprio campo visivo ciò che è essenzialmente inaccettabile. In tal senso è una vera attrice, perché finge talmente bene da essere vera.
Gabriele Russo

Ritratto di uno di noi

Ritratto di uno di noi conduce il pubblico all’interno di un’aula di recitazione nella quale quattordici allievi attori preparano uno spettacolo che racconta la vita di Anders Behring Breivik, l’attentatore norvegese che il 22 luglio del 2011 ha provocato la morte di 77 connazionali. Spiamo le prove, ne origliamo le discussioni, ridiamo della loro leggerezza, ma soprattutto li seguiamo in un tentativo, forse maldestro, di mettersi a nudo di fronte ad un argomento oscuro e indecifrabile quale è il delirio di un uomo che ha ritenuto necessario il massacro di decine di giovani vite. Se così è, allora gli attori in scena non sono più soltanto attori, ma anche qualcosa di più, o di diverso, o di analogo, diventano individui a confronto con il presente, esseri umani alla ricerca di risposte e uomini posti di fronte ad una realtà che non riescono ad “interpretare”. Quando ho ricevuto l’invito da parte del Napoli Teatro Festival, ho fin da subito respinto l’idea di rinchiudere gli allievi della Bellini Teatro Factory in un contenitore rassicurante in cui mostrare le proprie abilità tecniche. Al contrario ho ritenuto necessario affrontare la fatica e il rischio di una creazione originale che in qualche modo li riguardasse come attori e come individui. Anche per questo motivo ho voluto che portassero in scena loro stessi, e non un personaggio altro, in un continuo cortocircuito tra realtà e finzione.

Scene di Violenza Coniugale

Scene di violenza coniugale di Gérard Watkins è un testo duro, gelido, senza sbavature, che mette sotto la lente di ingrandimento i processi mentali e comportamentali di vittima e carnefice, qui due coppie appartenenti a mondi e ceti differenti.
Ciò che accade sotto i nostri occhi è la costruzione metaforica di una gabbia all’interno della quale sia i carnefici sia le vittime finiscono per rimanere chiusi, distrutti dalla violenza esercitata e subita.

La scelta di un appartamento vero e proprio come scena si fonda sulla necessità di offrire un’esperienza immersiva al pubblico e agli artisti liquefacendo il confine tra finzione e realtà e manifestando dichiaratamente quanto la tematica di Scene di violenza coniugale appartenga alla vita reale; uno spaccato di quotidianità dove i personaggi, totalmente credibili, e la ricerca minuziosa del contesto in cui questi si muovono, fornisce l’opportunità di confrontarsi con un testo che affonda le sue radici nella vita che si stratifica nelle nostre città dove convergono, accanto al tema principale, istanze sociali, economiche e razziali sempre più violente.

Liam fugge da un’adolescenza difficile nella provincia per stabilirsi a Parigi e incontra Rachida, che cerca di sfuggire al clima soffocante della sua famiglia.
Annie sta cercando lavoro nella regione di Parigi, sperando di poter così riavere con sé i figli che vivono coi nonni e incontra Pascal, un fotografo tormentato. Le due coppie si sistemeranno in un appartamento arredato.
A partire da questo momento la violenza ormai infiltratasi nelle due relazioni deflagherà in tutta la sua drammatica potenza.

In Scene la regia si spoglia di ogni artificio teatrale rifiutando gli appoggi tecnici per far emergere dalle parole di Watkins la centralità degli attori in scena e il ruolo testimoniale degli spettatori.

Ciò che colpisce in Scene di violenza coniugale è la tensione della scrittura che innerva i protagonisti: la capacità di Watkins di non debordare mai, non indulgendo in effetti pietistici ma, al contrario, costruendo una struttura millimetrica e, pur nella carne viva della questione, totalmente algida: un occhio da entomologo che osserva e riporta con il rigore dello scienziato i percorsi mentali dei quattro protagonisti, narrando, infine, le origini di ciascuno, elemento che in qualche modo spiega gli atteggiamenti senza però che ciò divenga un’assoluzione: la vittima è vittima, l’aguzzino è aguzzino, ognuno è responsabile della propria disumanità, dei propri atti violenti e della propria acquiescenza.

Lo spettacolo si inscrive nel percorso da sempre seguito dal Teatro di Dioniso ovvero la frequentazione della drammaturgia contemporanea come occasione di confronto e campo di ricerca, in particolare quando è in grado di coordinare argomenti di prepotente attualità con un linguaggio e un impianto testuale significante.

Gianni Denitto

Gianni Denitto è un sassofonista eclettico nato con la musica classica fiorito con il jazz e maturato nella sintesi  tra suono acustico ed elettronico.

L’album Brain on a sofa (2015) ha portato Gianni a esplorare diversi Paesi come India, Cina, Nepal e Senegal, dai quali ha tratto ispirazione e materiale per il nuovo lavoro discografico, “Kāla” (giugno 2018) su etichetta Elastica Records. La cifra sonora e la spinta alla ricerca degli ultimi lavori di Gianni sono nate in tre anni di tournée, masterclass in accademie e conservatori e, soprattutto, dalla collaborazione con musicisti di diverse tradizioni e culture in molte parti del mondo. 

Artista della Universal Music ItaliaRoland EuropeEventide e sassofoni Rampone&Cazzani, è da sempre appassionato di improvvisazione jazz, world music, elettronica e sound design.

Gianni Denitto ha collaborato con  l’Orchestra Sinfonica RaiMiroslav Vitous, Francesco CafisoBilly CobhamIke WillisElio delle storie Tese, Furio di CastriFabrizio BossoFlavio BoltroTullio de PiscopoIndian OceansZion TrainGuido Catalano.

Ha insegnato e tenuto masterclass in accademie internazionali come il Kathmandu Jazz Conservatory (Nepal), Midi School of Music, Beijing Contemporary Music Academy e Yunnan Art University (Cina) Global Music Institute e True School of Music (India), Tafe Institute Perth (Australia), Escola Comunicaçao e Arte (Mozambico) University of Kwazulu Natal Durban (South Africa),

Si è esibito per le Ambasciate Italiane a Pechino, Dakar e a Maputo; gli Istituti di Cultura di Pechino, Shanghai, Hong Kong, Delhi, Mumbai, Atene, Barcellona Pretoria ed Edimburgo; i Consolati di Calcutta, di Canton e di Perth.

Denitto ha partecipato a numerosi festival internazionali, tra cui il Perth Jazz Festival, il Jazzmandu Festival, Edinburgh Jazz FestivalOstroda Reggae FestivalTorino Jazz FestivalKolkata Music Festival, Mallorca Saxophone Festival, Nou Le Morne Mauritius Island. 

Il Tempo Orizzontale

Il Tempo Orizzontale mette in scena tredici piloti impegnati in una surreale gara automobilistica. Come in una vera corsa i piloti lottano per ottenere una posizione migliore, guadagnano o perdono decimi di secondo, a turno si prendono la testa della classifica. Ma la gara impone anche un ritmo estenuante al quale non possono sottrarsi, il rischio altrimenti è di ritrovarsi tra le ultime posizioni.
Il Tempo orizzontale delinea un ritratto inquietante dell’uomo moderno, immerso in un mondo ormai consegnato alla tecnica e alla velocità che ne consegue. Complice la sensazione di non avere mai abbastanza tempo o di sprecarlo non riuscendo a fare tutto, assumiamo un sistema di vita consacrato alla rapidità, tutto nel tentativo di raggiungere qualcosa che ci appare sempre più sfuggente.

 

Note di regia:

Per parlare di questo lavoro è necessario raccontare il processo creativo con cui è nato lo spettacolo e cosa ci ha portato a cambiare completamente direzione rispetto a quanto ci eravamo prefissati il primo giorno di prove.
Con il titolo “Il tempo orizzontale” intendevamo raccontare una storia familiare che attraversasse quattro generazioni. Lo spunto era nato in un primo laboratorio che ho tenuto con gli allievi/attori a novembre. Abbiamo provato, riprovato, scritto, abbozzato, improvvisato ma nulla ci convinceva. Abbiamo deciso quindi di cambiare strada.
Dopo aver verificato e poi scartato un altro paio di ipotesi, mi è capitato di leggere questo scritto di una maestra elementare ispirato ad una frase di Pasolini
“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta.
Alla sua gestione.
All’umanità che ne scaturisce.
A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino,
dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.
A non divenire uno sgomitatore sociale,
a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti,
di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta,
che occupa il potere, che scippa il presente,
figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare.
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.
E’ un esercizio che mi riesce bene.
E mi riconcilia con il mio sacro poco.”
E’ così che quando l’autore mi ha proposto di mettere in scena un Gran Premio di Formula 1 come metafora della folle corsa a cui tutti siamo chiamati quotidianamente a partecipare, ho pensato che fosse la cosa giusta da raccontare, qualcosa che avrebbe appassionato e parlato ad attori e pubblico. Li vedremo correre, superarsi, sgomitare, raccontarsi. Competere. Il tema del racconto è specifico, è il Gran Premio e tutti i problemi e le dinamiche di una gara ma ogni parola e ogni dinamica allude ad altro, a qualcosa in cui possiamo vederci e riconoscerci.
Come può l’uomo adattarsi e vivere In una società sempre più competitiva, veloce, in cui a tutti è richiesto di essere sempre più performanti, in cui non c’è tempo per fermarsi, o peggio, in cui fermarsi può procurare ansia? Quali saranno le conseguenze? Ce ne saranno?
Oggi, dopo molti giri andati a vuoto in questo mese e mezzo di lavoro, la nostra personalissima corsa ci ha condotto qui. Ci siamo presi il lusso di fermarci, pensare e cambiare strada.

Guerra Santa

Guerra Santa

In una calda sera primaverile, nella chiesa di una grande città italiana, un sacerdote compie come ogni anno i preparativi per le celebrazioni della Pasqua imminente. Ma qualcuno bussa alla sua porta: è Leila, una giovane orfana allevata dalle suore, scappata dall’istituto sette anni prima per unirsi ai terroristi. Il dialogo fra i due diventa una resa dei conti fatta di accuse, invettive, difese, un processo reciproco che precipiterà in un finale spiazzante.

Testo vincitore del prestigioso Premio Testori per la Letteratura 2018, già in corso di traduzione in Austria, Francia, Germania e Stati Uniti, Guerra santa è una riflessione inedita su terrorismo islamista e nichilismo europeo, ma soprattutto un dramma generazionale, la messa in scena di un durissimo scontro fra padri e figli in una vera e propria tragedia contemporanea, qui diretta da Gabriele Russo – giovane regista napoletano, tra le voci più interessanti della nuova scena – e interpretata da una coppia d’attori di straordinario talento come Federica Rosellini e Andrea Di Casa.

L’autore, Fabrizio Sinisi, classe 1987, è uno degli esponenti più importanti della nuova drammaturgia italiana, che il Centro Teatrale Bresciano ha selezionato come drammaturgo residente per il triennio artistico 2018-2020. Guerra santa è la prima tappa di una trilogia a sua firma che indagherà il conflitto tra la generazione dei padri e quella dei figli, per cercare di andare al cuore dei contrasti e delle ferite del nostro presente.

Causa di Beatificazione – tre canti per voce e tempesta

Causa di Beatificazione: tre canti per voce e tempesta. Tre identità di donne – una prostituta kosovara, una kamikaze palestinese, una suora nell’Italia del medioevo – un solo corpo femminile. In ogni canto uno sguardo maschile che incombe, una presenza che perseguita, che libera, che distrugge, che danna, porta alla beatificazione. Partendo dalla forza e dalla bellezza delle parole di Sgorbani, abbiamo avuto visioni di luoghi dove portare/spostare i flussi di parole per condiViverle (sia all’interno della scena che nel riflesso del Pubblico). Parole da osservare, leggere, ascoltare, dire, ri-dire, recitare, vivere, sdrammatizzare, dimenticare, beatificare. Ogni manciata di sillabe un’esplosione!

L’Ultimo Decamerone

L’Ultimo Decamerone

Stefano Massini, uno degli autori teatrali più eclettici, prolifici e rappresentati che abbiamo in Italia, con L’ultimo Decamerone propone un riscrittura originale del Decameron. Toscano di nascita, Massini ha trovato nella lingua di Boccaccio terreno fertile per realizzare una rilettura completamente nuova, che si differenzia dalle tante rappresentazioni che l’hanno preceduta in primo luogo per la scelta di non affrontare solo alcune fra le cento novelle dell’opera, ma di contenerle tutte. Nelle mani di Massini, le 10 novelle narrate dai 10 protagonisti del Decameron diventano una sola novella: così, tradendo del tutto il testo originale gli è rimasto più che mai fedele. L’allestimento sarà firmato da Gabriele Russo che racconta: «Con Massini, fin dal nostro primo incontro siamo stati subito d’accordo nel non proporre una lettura in chiave filologica dell’opera, che oggi sarebbe risultata anacronistica o già vista e rivista, piuttosto ci siamo interrogati sul perchè all’epoca Boccaccio scrisse il Decameron e quali ragioni di allora possano essere ancora oggi valide. Perchè qualcuno dovrebbe chiudersi in un casolare di campagna e mettersi a raccontare favole? Da cosa fugge? All’epoca, dalla peste. E oggi? Vedremo».

Lo spettacolo vedrà in scena il Corpo di ballo del Teatro di San Carlo diretto da Giuseppe Picone che danzerà su una nuova coreografia di Edmondoo Tucci. Il progetto, infatti, è frutto di una coproduzione tra la Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini e la Fondazione Teatro di San Carlo ed è, dunque, un evento che si presenta unico fin dalla sua concezione: è la prima volta in Italia in cui un Ente Lirico ed un Teatro di Prosa condividono un importante progetto produttivo. «É un’occasione – prosegue Russo – nata dalla nostra ormai persistente voglia di mettere insieme, sparigliare le carte, creare collaborazioni, ampliare gli orizzonti; una voglia che consideriamo la chiave di volta per creare qualcosa di nuovo, di bello. Abbiamo trovato nella direzione del Teatro di San Carlo disponibilità, apertura e curiosità, e, insieme, ci siamo augurati di dischiudere, con questo esperimento, nuovi scenari e nuove possibilità; di inaugurare, insomma, un nuovo meccanismo che potrebbe essere terreno fertile per l’intero sistema, e, soprattutto, che può diventare un’occasione per il pubblico di vedere in scena spettacoli importanti, che senza la volontà di collaborazione e il coraggio di innovare, sarebbero impossibili da realizzare».

Fronte del Porto

Fronte del Porto – uno spettacolo di Alessandro Gassmann

 

Dopo lo straordinario successo di Qualcuno volò sul nido del cuculo sul palco del Teatro Bellini prende vita un’altra “storia cinematografica”, quella di Fronte del porto.
Stavolta Alessandro Gassmann dirige Daniele Russo e altri 11 attori in una riscrittura in cui Enrico Ianniello fonde le suggestioni del testo originale con quelle dei poliziotteschi napoletani degli anni ‘80.
Assistiamo a una storia ambientata nella Napoli di 40 anni fa che gioca, dal punto di vista formale, con le musiche dei film, con i colori sgargianti della moda, con i riferimenti culturali di quegli anni in cui, dice Ianniello, «la città stava cambiando pelle nella sua organizzazione criminale, gli anni del terremoto, gli anni di Cutolo. Anni in cui il porto era sempre di più al centro di interessi diversi, legali e illegali».
Sulla scena la storia prende vita tra la baraccopoli di Calata Marinella, la Chiesa del Carmine, il molo Bausan, la Darsena Granili e l’avveniristica Casa del Portuale di Aldo Rossi.
Uno spettacolo che sarà capace di restituirci la forza della storia, facendoci immedesimare nelle intense e rabbiose relazioni tra i personaggi che la popolano, raccontate con la cifra inconfondibile di Alessandro Gassmann, che sottolinea: «Come già avvenuto per Qualcuno volò sul nido del cuculo, anche in questo caso la
scelta è caduta su un testo ed una tematica che mi coinvolgono profondamente e che portano verso una ricerca di libertà faticosa.
Ricostruiremo la vita del porto, le vite degli operai, i loro aguzzini, attaccandoci ai suoni, ai rumori, ai profumi ed alla lingua di questa città.»

Il Giocatore

Il giocatore è la terza tappa della “Trilogia della libertà” le tre produzioni della Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini incentrate sul concetto di libertà e di perdita della stessa. Dopo la società distopica dominata dalla violenza del visionario Arancia Meccanica diretto dallo stesso Gabriele Russo e l’opprimente ospedale psichiatrico di Qualcuno volò sul nido del cuculo diretto da Alessandro Gassmann, è la volta della Roulettenburg dominata dal gioco di Dostoevskij. Anche in questo caso, la grande letteratura si fa teatro; così, Il giocatore, scritto nel 1866, viene riletto e adattato per il teatro da Vitaliano Trevisan. L’allestimento è in costante bilico tra dramma e commedia e un cast affiatato ci trascina in una spirale fatta di azzardo, di passioni e di compulsioni che porta dritti in quel (non)luogo dove il desiderio si trasforma in ossessione e non si limita più a governare i protagonisti, ma finisce per soggiogarli. Una rilettura metaforica e contemporanea; «il gioco non è solo l’oggetto centrale dell’opera, ma è presente – come spiega Gabriele Russo – in forma di metafora o di allusione, ovunque. È nelle relazioni ossessive tra i personaggi, nei continui “rilanci” a cui le circostanze li costringono, nelle vane speranze a cui sono aggrappati e che li fanno stare sospesi; come si è sospesi quando si è in attesa che la pallina cada sul rosso o sul nero. Così si arriva alle analogie con l’oggi e con ciò che è il gioco d’azzardo nella nostra società: quando vedremo la baboulinka o il giocatore perdere tutti i loro soldi al casinò, forse per un attimo ci dimenticheremo che si tratta dei personaggi di Dostoevskij e vedremo, più genericamente una vecchina, sola, in preda al vizio del gioco o un giovane compulsivo perso in un video poker. Per amplificare e sostenere il dialogo con l’oggi senza perdere il rapporto con il testo e con la narrazione, ho scelto un’ambientazione che fosse “atemporale”, creata da contaminazioni fra passato e presente, antico e moderno; questo vale per la scena, per i costumi, per le musiche e, naturalmente, per il linguaggio».

Glob(e) al Shakespeare

GLOB(E) AL SHAKESPEARE è un allestimento particolarissimo che “contiene in sè” sei allestimenti diversi: annulliamo la distanza mantenendo la giusta distanza, ripercorrendo il teatro come rito collettivo, come flusso di emozioni che coinvolgono, nello stesso tempo, attore e spettatore. Il pubblico si sentirà, in questo modo, centro dell’accadimento teatrale.

 

Gli spettacoli:

RACCONTO D’INVERNO

adattamento Pau Miró, Enrico Ianniello

con Luigi Bignone, Rocco Giordano, Tony Laudadio, Mariella Lo Sardo, Vincenzo Nemolato, Francesca Piroi, Marcello Romolo, Eduardo Scarpetta, Edoardo Sorgente, Petra Valentini

regia Francesco Saponaro

 

OTELLO

adattamento Giuseppe Miale di Mauro
drammaturgia di Gianni Spezzano

con Viviana Altieri, Francesco Di Leva, Martina Galletta, Giuseppe Gaudino, Adriano Pantaleo, Andrea Vellotti

e con la partecipazione del gruppo #GiovaniO’Nest Antonio Coppola, Armando De Giulio, Emilia Francescone, Lisa Imperatore, Raffaella Nocerino, Ralph P, Nunzia Pace, Francesco Porro, Mimmo Sabatino, Carlo Salatino e Anna Stabile

regia Giuseppe Miale di Mauro
uno spettacolo della Compagnia NEST

 

GIULIO CESARE. UCCIDERE IL TIRANNO

adattamento Fabrizio Sinisi

con Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini

regia Andrea De Rosa

 

UNA COMMEDIA DI ERRORI

adattamento Marina DammaccoEmanuele Valenti ,Gianni Vastarella

con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Vincenzo Nemolato, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella voce registrata Adriano Pantaleo

regia Emanuele Valenti
uno spettacolo di Punta Corsara

 

TITO

adattamento Michele Santeramo

con Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Giandomenico Cupaiuolo, Gennaro Di Biase, Piergiuseppe Di Tanno, Maria Laila Fernandez, Fabrizio Ferracane, Daniele Marino, Francesca Piroi, Filippo Scotti, Isacco Venturini

regia Gabriele Russo

 

LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR

adattamento Edoardo Erba

con Mila Boeri, Annagaia Marchioro, Chiara Stoppa, Virginia Zini, Giulia Bertasi

regia Serena Sinigaglia

Tango Glaciale

Nel 1982 al Teatro Nuovo di Napoli debutta Tango Glaciale. La regia è di Mario Martone e in scena c’erano Andrea Renzi, Tomas Arana e Licia Maglietta, tutti esponenti di Falso Movimento, il collettivo di artisti che in quegli anni cambiava la storia della sperimentazione teatrale italiana. «Tango Glaciale – come spiega Martone in un’intervista – racconta l’attraversamento di una casa da parte dei suoi tre abitanti; dal salotto alla cucina, dal tetto al giardino, dalla piscina al bagno: un’avventura domestica che si trasforma continuamente proiettandosi nel tempo e nello spazio. La meccanica visiva dello spettacolo è composta da un sistema di architetture di luce realizzato grazie al montaggio di filmati e diapositive, e permette allo spettacolo di svolgersi in dodici ambienti per dodici diverse scenografie, durante un’ora, alla media di un cambio di scena ogni cinque minuti. In questa griglia spaziale velocissima si svolge il lavoro degli attori. […] Congelato, compresso, tesissimo, lo spettacolo scoppiò la sera della prima, tra i vicoli di Napoli, dove si trovava il Teatro Nuovo e dove la gente s’era accalcata superando i muri di legno e cemento che chiudevano le strade (ancora adesso, a due anni dal terremoto), si sciolse tra gli applausi che erano nel cuore prima che nel cervello, e nelle nostre lacrime e nell’emozione di tanti». Oggi Martone riallestisce lo spettacolo e lo presenta al Piccolo Bellini, in un’operazione che, a distanza di trentacinque anni, conferma il carattere assolutamente rivoluzionario del progetto.

ANTEPRIMA NAZIONALE

Roberto Cacciapaglia

Dopo “Tree of life”, colonna sonora di Expo 2015, uscita nel maggio scorso, Roberto Cacciapaglia ritorna con un nuovo lavoro: 28 tracce racchiuse nel doppio cd “Atlas – La Riscoperta del Mondo”, una collection di brani tra i più significativi della storia musicale del compositore, arricchita da due brani inediti e dall’omaggio a David Bowie con una versione strumentale di “Starman”.

Sony Headphones MDR 1000 X

Il questo lavoro la base musicale viene arricchita da riprese sonore di suoni ambientali per aumentare l’impatto spettacolare.

Il suono in presa diretta è stato registrato da Angelo Galeano con registratori Sound Device, radiomicrofoni Wysicom con capsule Countryman. È stato utilizzato un generatore di Time Code Buddy

Agenzia: Lule Production Torino

EDITH

EDITH

Edith – Nel 1972 Lee Radzwill, sorella di Jacqueline Kennedy, commissiona un documentario sulla sua famiglia. Della lista di luoghi e persone, una casa colpisce in particolare: Grey Gardens.

Grey Gardens, una villa sulla spiaggia di East Hampton, era totalmente in rovina. All’interno vi abitano Edith Ewing Bouvier e sua figlia Edith Bouvier Beale, rispettivamente zia e cugina di primo grado di Jacqueline e Lee: con loro, tra rifiuti e rovine, vivono animali selvatici e procioni.

Dopo lo scandalo mediatico che segue la scoperta, Jacqueline Kennedy offre migliaia di dollari perché la casa venga ripulita e ristrutturata, abbandonando il progetto del documentario, che i Maysles portano a termine nel 1975 e che viene premiato a Cannes, Edimburgo e New York.

Una storia diventata anche un musical e un film HBO del 2009 interpretato da Jessica Lange, Drew Barrymore e Joanne Tripplehorne. Elena Serra e Chiara Cardea giocano con citazioni da Sunset Boulevard, con la ribellione alla borghesia e il rapporto incestuoso delle Serve di Genet, con l’ironica disperazione della Winnie di Beckett. Big Edie e Little Edie sono costantemente in bilico sull’orlo della sopravvivenza materiale e della follia, vivono un tempo che non è presente, né passato, né futuro, ma sospeso.

E sono corpi in relazione costante con gli ambienti sonori di Alessio Foglia e le scene di Jacopo Valsania: un’installazione che non si limita ad inglobare le protagoniste, ma le rende parte vivente dell’installazione stessa.

NUMERO ZERO – Alle Origini del Rap Italiano

Un Viaggio alle Origini del RAP in Italia.

“In Italia agli inizi degli anni ’90 si è vissuta quella che da molti viene considerata la Golden Age dell’Hip Hop Italianiano, comunque la pensiate questa e l’avventura del Rap in Italia e dei suoi pionieri”…

Diretto da  Enrico Bisi

Gatorade – The Dribble Effect

Gatorade Dribble Effect, con Lionel Messi, Alexis Sánchez, Andrés Iniesta, Jordi Alba, Munir, Marc Bartra, Hernanes, Stephan Lichtsteiner, Roberto Pereyra, Philippe Coutinho.

Il questo lavoro la base musicale viene arricchita da riprese sonore di suoni ambientali per aumentare l’impatto spettacolare.

Il suono in presa diretta è stato registrato da Angelo Galeano con registratori Sound Device, radiomicrofoni Wysicom con capsule Countryman. È stato utilizzato un generatore di Time Code Buddy

 

 

 

 

NIAGARA

La storia dietro la nascita dei Niagara coinvolge Diego Perrone, Davide Tomat, Gabriele Ottino e l’omonimo film del ‘53 in cui Joseph Cotten recitava al fianco di una splendida Marilyn Monroe. Era il 1° ottobre 2007, era lunedì e la band passa in poco tempo dal campionare la colonna sonora di quel lungometraggio a produrre i primi brani originali.

Ad oggi, il nome Niagara identifica la collaborazione artistica tra Davide Tomat e Gabriele Ottino. Già assieme in progetti come N.A.M.B. e Gemini Excerpt, il duo torinese non si limita ad esplorare i confini della musica elettronica, ma amplia il concetto stesso di produzione musicale coinvolgendo varie forme d’arte visiva, sia in studio, con una cura maniacale dell’artwork e dei videoclip, sia dal vivo, con visuals psichedelici e l’uso di nuove tecnologie segretissime.

I Soci Fondatori

Gli Arca Studios nascono nel 2015 dall’idea di 4 soci:
Andrea Trombetta, Riccardo Covino, Claudio Tropeano e Alessio Foglia.

ROBERTO CACCIAPAGLIA

Renzo Martinelli torna al cinema con un nuovo viaggio nel tempo, dopo il flop di Barbarossa, spingendosi fino all’11 September 1683 con il soldato di Cristo Marco D’Aviano, un film prodotto ancora una volta dalla Rai con il contributo e il patrocinio della Direzione Generale per il Cinema – Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e distribuito nelle sale cinematografiche l’11 aprile da MicroCinema.

Una storia ‘mai raccontata’, con Murray Abraham ed Enrico Lo Verso nel cast, ma soprattutto la colonna sonora originale firmata dal compositore e pianista Roberto Cacciapaglia (per il gruppo editoriale Curci), e 28 tracce che fondono ritmi occidentali con suoni etnici che arrivano dall’impero ottomano, per accompagnare la battaglia intrapresa nell’estate del 1683 tra il condottiere musulmano e il sacerdote cristiano (frate italiano consigliere di re Leopoldo I).

LA GERUSALEMME LIBERATA

Si dice che Torquato Tasso fosse appena quindicenne quando iniziò a scrivere una serie di appunti intitolati Gerusalemme. Era il 1559 e lo scrittore ci mise altri ventidue anni per concludere e dare alle stampe la sua Gerusalemme liberata. Stiamo parlando di venti canti per un totale di millenovecentodiciassette ottave in cui battaglie e duelli si alternano a grandi storie d’amore, passioni e atti d’eroismo ma anche diavoli, maghi, incantesimi che sono quasi sempre opera dei saraceni perché il tempo è quello della Controriforma e ad aiutare i paladini cristiani ci sono gli angeli, oltre a Dio. Roberto Zibetti, poliedrico attore recentemente sul palco per Lehman Trilogy di Luca Ronconi e al cinema con il film di Abel Ferrara su Pasolini, ci accompagna in un ironico viaggio a velocità accelerata nel composito mondo che si snoda dentro e fuori le mura di Gerusalemme. La musica originale e gli arrangiamenti sono di Giorgio Mirto, chitarrista e compositore torinese, che salirà sul palco affiancato da Celeste e Placido Gugliandolo (componenti de I Moderni, gruppo secondo classificato a X-Factor 5), lei voce e violoncello, lui voce ed elettronica. Alcune immagini pittoriche raccontano infine l’enorme influenza che l’immaginario tassiano ebbe sulla pittura europea del ̓600, ̓700 e ̓800 (Overbeck, Poussin, Tiepolo).

Alessio Foglia

Sound Engineer e Sound Designer diplomato presso il SAE Institute di Milano.

Nel 2012 fonda il Brick Sound Studio, studio di registrazione sito all’interno del complesso storico Docks Dora di Torino e ampliato in seguito negli attuali ARCA Studios, studi di produzione multimediale di cui è socio fondatore e responsabile del reparto audio.

Dopo diversi anni da tecnico del suono in ambito musicale si dedica al teatro collaborando con diversi attori e registi tra i quali  Valter Malosti, Alessandro Gassmann, Andrea De Rosa, Umberto Orsini, Michele Di Mauro, Serena Sinigaglia, Gabriele Russo e molti altri.

Nel 2017 è responsabile audio del progetto speciale del Napoli Teatro Festival “Glob(e) al Shakespeare” prodotto dal Teatro Bellini di Napoli sotto la direzione artistica di Gabriele Russo col quale instaura un’assidua collaborazione artistica.

Nel 2022 vince il premio “Outstanding Achievement Award – Sound Design” al Los Angeles International Film Festival per il cortometraggio “Ratavoloira” diretto da Giulio Maria Cavallini.

Portfolio:

Una riga nera al piano di sopra – regia di Matilde Vigna – Sound Designer
Don Juan in Soho – regia di Gabriele Russo – Sound Designer
Senet – regia di Pier Lorenzo Pisano – Sound Designer
Il Colore Venuto dallo Spazio – regia di Gabriele Russo – Sound Designer
Cleopatràs – regia di Valter Malosti – Sound Engineer
La Segretaria – regia di Leonardo Lidi – Sound Engineer
Le Cinque Rose di Jennifer – regia di Gabriele Russo – Sound Designer
Ritratto di uno di noi – regia di Gabriele Russo – Sound Designer
Se Questo è un Uomo – regia di Valter Malosti – Sound Engineer
Illegal Helpers – regia di Paola Rota – Sound Engineer
Il Tempo Orizzontale – regia di Gabriele Russo – Sound Designer
Guerra Santa – regia di Gabriele Russo – Sound Designer
Fronte del Porto – regia Alessandro Gassmann – Sound Designer
Causa di Beatificazione – Tre Canti per Voce e Tempesta – regia Michele Di Mauro – Sound Designer
Di A Da In Con Su Per Tra Fra Shakespeare – regia di Serena Sinigaglia – Sound Engineer
L’Ultimo Decamerone – regia di Gabriele Russo – Sound Designer
Il Giocatore – regia di Gabriele Russo – Sound Engineer
La Ballata del Carcere di Reading – regia Elio De Capitani, con Umberto Orsini e Giovanna Marini – Sound Engineer
La Gerusalemme Liberata, regia di Roberto Zibetti – Sound Designer
Primo Amore, regia di Michele Di Mauro – Sound Designer
Edith, regia di Elena Serra – Sound Designer / Sound Engineer
Venere in Pelliccia, regia di Valter Malosti – Sound Engineer
Lo stupro di Lucrezia, regia di Valter Malosti – Sound Engineer
Maddalene – da Giotto a Bacon, regia di Valter Malosti – Sound Engineer
Giro di Vite, regia di Valter Malosti – Sound Engineer
Therese et Isabelle, regia di Valter Malosti – Sound Engineer
L’amore segreto di Ofelia – regia di Michele Di Mauro – Sound Engineer
Tree of Life – Expò 2015, musiche di Roberto Cacciapaglia – Sound Designer

Glob(e) al Shakespeare – progetto speciale del Napoli Teatro Festival 2017:

Tito, regia di Gabriele Russo – Sound Designer
Giulio Cesare, regia di Andrea De Rosa – Sound Engineer
Racconto d’Inverno, regia di Francesco Saponaro – Sound Designer
Le Allegre Comari di Windsor, regia di Serena Sinigaglia – Sound Engineer
Una Commedia di Errori, regia di Emanuele Valenti – Sound Designer
Otello, regia di Giuseppe Miale Di Mauro – Sound Engineer

PRIMO AMORE

PRIMO AMORE

Primo Amore è la storia di un ritorno, dopo che il Tempo ha levigato vendetta e passione. Un uomo che è stato Ragazzo ritorna da un ragazzo che è diventato Uomo.

A 15 anni si erano amati…fugacemente, ma con tutta la vita dei 15 anni.

La storia di un ritorno, perché i ricordi puzzano, e così Uno va a cercare il luogo e il tempo dove il fetore è cominciato, per far sì che il Tempo torni a scorrere e non sia sempre lo stesso Oggi: l’oggi dell’amore sospeso, dell’amore da soli, dell’amore immaginato.

NON SI SCORDA MAI.

Se è davvero il Primo, e se è davvero Amore. L’Ultimo Amore, invece, tende a coincidere col Primo se è vero che quel che genera il Non sapere è per sempre, a differenza di quel che si sa, che è solo per Oggi.

 

TEATRO DI DIONISO

Venere in pelliccia di David Ives: una sexy dark comedy
Una sala prove. Dopo una lunga giornata di audizioni un regista non ha ancora trovato la sua Vanda Von Dunayev, la protagonista di Venere in pelliccia l’opera di Sacher Masoch, di cui ha curato l’adattamento. Verso sera, quando tutti sono già andati via, gli si presenta, in forte ritardo, una ragazza rozza e sboccata che, insistentemente, gli chiede di poter fare un’audizione; è chiaro da subito che questa donna non si fermerà di fronte a nulla pur di ottenere la parte. La rozza e scombinata Vanda Jordan (omonima della controversa eroina del romanzo di Masoch) si trasformerà davanti agli occhi del regista nella protagonista del romanzo, Wanda Von Dunayev.

Tra regista e attrice, vittima e carnefice, inizia un esilarante combattimento, un vertiginoso scambio di ruoli, un gioco ambiguo fatto di seduzione, potere e sesso, un duello teatrale in cui i confini tra realtà e finzione vanno lentamente sfumando lasciando il regista e gli spettatori ostaggio di un finale enigmatico e misterioso; sospeso in una atmosfera a metà tra la brutalità tragicomica di certe tragedie antiche e David Lynch.
Ma chi è Vanda Jordan? Un’attrice? Una misteriosa vendicatrice? Rappresenta forse l’ancestrale principio femminile che è anche origine del tutto?
Questo testo è la dimostrazione che in teatro con pochissimo si può ottenere moltissimo.
Bastano un uomo, una donna e una stanza chiusa e un viaggio nelle nostre profondità più oscure e misteriose può cominciare

SMARTBAY

Un prodotto innovativo ed altamente tecnologico per l’aeronautica al servizio dei sistemi di rilevamento.
Uno spot girato a terra ed in volo, con visual effects e momenti di adrenalina per una missione di emergenza.

ROBERTO CACCIAPAGLIA

L’Alfabeto è uno stato puro, sorgente di tutti i linguaggi.
L’Alfabeto rispetto al linguaggio è come il suono rispetto alla musica o l’emozione rispetto al sentimento. La-Si-Do-Re-Mi-Fa-Sol.. Nella notazione anglosassone A-B-C-D-E-F-G..
Il Suono, come L’Alfabeto, è senza tempo, immobile, fino a quando le lettere si dilatano nello spazio, entrano nel linguaggio e nel tempo, e ci fanno scoprire in che mondo ci troviamo, attraverso le forme.
Spesso immagino il suono vestito, mascherato con le forme musicali delle diverse epoche. Sono le maschere del suono, che arriva alla nostra percezione nelle sue infinite trasformazioni e funzioni.
Le lettere vanno in senso verticale, frequenze nello spazio. I numeri vanno in senso orizzontale, scandiscono lo scorrere del tempo. L’incontro fra lettere e numeri crea una dimensione spazio-temporale.
Per questo lettere e numeri sono i codici della Musica.
Il lavoro del musicista e del compositore è quello di trasformare il mondo dei suoni in energia.

Milano – 25 aprile 2013 – Sala Verdi – Conservatorio G. Verdi

…Stiamo per registrare nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, la sua straordinaria cassa armonica ha contenuto la storia della musica. Nella sala vuota, sento le tracce senza tempo del suono che ha attraversato e riempito questo spazio, è ancora lì con tutta la sua forza. Mi sembra di percepire musicisti, interpreti, compositori e il pubblico. Una presenza invisibile ma ancora perfettamente percepibile. È come essere a occhi chiusi davanti a uno specchio.
Prima di cominciare resto immobile. Mi preparo come sempre: guardare e vedere, ascoltare e sentire. Nella sala il pianoforte è solo, monolitico, un veliero con le corde tirate e sensibili. Intorno lo spazio immenso, l’invisibile. Quando Suono devo essere cosciente, presente, osservare e insieme agire e integrare il Suono Vivo, come Astronauta nello spazio vuoto della mente.
Stiamo registrando con una strumentazione e una tecnologia innovativa e sofisticata, con procedimenti che permettono di rendere visibile e portare alla luce quello che c’è dentro il suono, le componenti del suono: gli armonici.
Il pianoforte è il suono centrale in una dimensione che si espande e le sue emanazioni armoniche diventano raggi, che rimangono nell’aria e hanno la capacità di disperdere i pensieri di chi ascolta e di entrare e permeare una dimensione trasparente, un livello profondo.
Mentre suono metto in relazione uno stato interiore di presenza con la produzione e la propagazione del suono, attraverso le vibrazioni, autostrade energetiche della comunicazione…

C’è un Alfabeto che è lingua invisibile, parallela, interiore alle lettere, Anima delle Lettere.
L’Alfabeto sorgente delle possibilità, infinite come la nostra potenzialità:
Universo senza limiti…

KORA BEAT

Kora Beat è una progetto musicale che unisce la tradizione dell’Africa, e in particolare della Kora, con la musica afrodiscendente come Funk, Jazz e Latin.
La band è composta da Cheikh Fall (Kora e voce);Gianni Denitto (sax contralto ed effetti): Tchamass Thiam (percussioni); Andrea Di Marco (basso elettrico); Sam Mbaye Fall (batteria).
Il live è caratterizzato da una solidissima sezione ritmica che accompagna gli intrecci tra kora ,sax e voce: il risultato è un sound del tutto inedito e coinvolgente che passa attraverso Mbalax, Coupé Decalé ed altri ritmi africani per arrivare al Funk, Jazz e Latin. Impossibile stare fermi e non farsi travolgere dal ritmo.
Dalla nascita (nel 2012) ad oggi la band ha avuto un’intensissima attività live, suonando per due volte al Torino Jazz Festival, più volte in teatri importanti come il ‘Piccolo’ di Milano, e su moltissimi palchi in tutta Italia. Nel dicembre 2013 sono stati in tour in Senegal.

ROBERTO CACCIAPAGLIA

“Tree of Life contiene, oltre alla suite definitiva, tutti i brani composti e selezionati per lo show serale dell’Albero della Vita di EXPO 2015.
Nell’idea e nella figura dell’Albero ho sentito qualcosa di estremamente antico, ancestrale e insieme di grande modernità. Una corrispondenza in cui la musica si collega a questo simbolo e riporta alle leggende di Orfeo, che attraverso il potere del Suono incantava i delfini e faceva danzare gli alberi.”

RC

Angelo Galeano

Angelo Galeano è un Fonico professionista associato alla AES (Audio Engineering Society).
Lavora come Fonico e Microfonista per il Cinema e la Televisione, dove ha realizzato diversi film e programmi.
Si occupa anche di riprese audio Broadcast per eventi sportivi.
Si è specializzato in riprese sonore di Sport Invernali e collabora con l’Olympic Broadcast Service per le olimpiadi invernali.
Ha anche una lunga esperienza nelle riprese audio per documentari e reality show.
Ha conseguito la Laurea Specialistica in Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi di Torino e un Master in Tecniche del Suono al Virtual Reality Multimedia Park.

Come si diventa Fonici per il Cinema e la TV?

Nel mio passato c’è la musica ma a metà degli anni anni ’90 fui affascinato dalle riprese sonore per il cinema. Ebbi la fortuna di essere “adottato” da due maestri fonici del cinema italiano e poi di proseguire la mia carriera come microfonista e successivamente come fonico.
Alla fine degli anni ’90 la programmazione satellitare iniziò a richiedere riprese audio del tutto simili a quelle per il cinema e questo mi diede la possibilità di lavorare molto e fare tantissima esperienza, da li non mi sono più fermato. Qualche anno fa, in alcuni giorni, in programmazione c’erano dai due ai tre programmi che avevo registrato io.

Cos’è il Galeano Lab ?

Dal 2001 iniziai a investire parte dei compensi in attrezzatura, dovevo dare un nome alla mia sezione tecnica e la prima cosa che mi venne in mente fu Galeano Lab.
Al momento in studio ho tutta l’attrezzatura per la ripresa audio adatta a un set che sia Cinema, Tv, Pubblicità o documentari. Inseguito il LAB è diventato anche un posto per sperimentare: collaboro con altri fonici, studenti o cultori dell’audio e abbiamo creato interessanti strumenti di lavoro. Presso lo studio è possibile anche realizzare la post produzione audio grazie a due postazioni Protools.

Da dove nasce la passione per il Broadcast?

Nel 2004 durante un documentario sulla costruzione delle Olimpiadi di Torino 2006 entrai in contatto con le regie mobili, ero affascinato dalla sfida tecnologica. Cercai in tutti i modi di entrarne a far parte di quel mondo. Un giorno ricevetti la risposta a una mia email da parte dell’Olympic Broadcast Organization e mi reclutarono per un Traininig Programme. Diventai un fonico delle Olimpiadi di Torino e mi specializzai in Ski Jumping (io che sono nato e vissuto al mare).
Da allora, credo di aver ripreso gli effetti sonori di quasi tutti gli sport, estivi e invernali e ultimamente mi sono specializzato in Bobsleigh, sono stato uno dei fonici per questa disciplina a Sochi 2014.
Accade che i fonici di presa diretta e di broadcast si guardino in cagnesco e invece sarebbero complementari, ho capito che si può essere fonici trasversali e che le competenze possono essere declinate nelle varie specializzazioni.

Due parole sugli Arca Studios?

Ho avuto la possibilità di entrare agli Arca Studios e l’ho colta subito perché quando venni in visita respirai finalmente l’aria di chi pensa al futuro e ha voglia di fare. Questo non può che darmi la carica e spronarmi a fare bene perché sono entrato a fare parte di un gruppo di bravi professionisti.

TEATRO DI DIONISO

Nel maggio del 1954 Simone de Beauvoir presentò a Gallimard, dove aveva un grande potere, il manoscritto di un’ opera intitolata Ravages, cioè Devastazioni.
Era il primo vero romanzo di una scrittrice né giovane né inserita nell’establishment letterario, la quarantasettenne Violette Leduc, amata da Cocteau e Genet,la quale aveva già dato alle stampe due romanzi brevi con un successo più di stima che di pubblico. Come i due precedenti e tutti quelli che seguiranno, anche questo libro incendia la propria materia autobiografica. In particolare all’ inizio del romanzo si trovava un lungo capitolo, poi censurato, sulla reciproca iniziazione sessuale di due ragazzine in un collegio femminile, una passione erotica deflagrante che dura lo spazio di pochi giorni, esaltati e crudeli: una storia cruda e senza reticenze come quelle di Genet.
La storia di piacere tutto al femminile della Leduc fu giudicata, diremmo oggi, sessualmente scorretta e suscitò lo sgomento dei suoi editori. Smembrata, riscritta, soprattutto castigata, la passione delle due collegiali avrebbe avuto una storia letteraria tormentata e mutila per quasi cinquant’anni, fino a quando cioè, nel Duemila, Gallimard è tornato sui suoi antichi passi tirando fuori la versione integrale di Thérèse et Isabelle: Thèrése non è nient’altro che il primo nome di battesimo di Violette Leduc, e l’autrice con grande tenerezza poetica e uno stile visionario e febbrile traduce in parole, come un funambolo, l’erotismo: “cerco di tradurre nella maniera più esatta… Le sensazioni dell’amore… Spero che questo non sembrerà più scandaloso delle riflessioni di Molly Bloom alla fine di Ulysse…”.
Sorprende e incanta nelle due protagoniste femminili l’assenza di qualsiasi sentimento di colpa e l’estrema libertà di tono. L’omosessualità femminile qui non diventa né dramma né oggetto di rivendicazione. La passione delle due adolescenti è semplicemente messa in scena dalla Leduc per mezzo di una scrittura originale e audace, che prende la forma di un poema ossessivo e vibrante. Dopo un primo reading presentato ad alcuni festival, l’anno passato, viene presentata al Festival di Chiusi una prima ipotesi di messa in scena in cui Thérèse / Violette rivive nella memoria (anche del corpo) e a distanza di tempo, l’incandescente scheggia autobiografica.

TEATRO DI DIONISO

Nel 1898, Henry James dava alle stampe Il giro di vite (The turn of the screw), una costruzione meravigliosamente ambigua e forse la sua novella più famosa presso il grande pubblico, anche per una bella versione cinematografica firmata nel 1961 da Jack Clayton (The innocents).
Fiumi di inchiostro, letterari e psicanalitici, sono stati usati per leggere nelle maniere più diverse il mistero dei fantasmi, irreali e realissimi, che ossessionano i due piccoli Miles e Flora e la loro istitutrice.
Giro di Vite è infatti un racconto di fantasmi. Forse il più celebre racconto moderno di fantasmi. Un puro, grandissimo esercizio nel genere. Ha ragione Oscar Wilde: siamo di fronte a un racconto meraviglioso, altrettanto violento e scioccante di una tragedia elisabettiana. Il climax che conduce al tragico snodo finale (che vede protagonista il piccolo Miles) continua a produrre una suspense e un´emozione che neanche un secolo di «misteri» letterari è riuscita ad appannare.

Prima del 1898 i fantasmi non apparivano – basti pensare a Frankenstein o a Cime Tempestose-, annunciati da radiose mattinate domenicali, né vantavano la complicità di bambini belli, educati e intelligenti. Inoltre, prima che James ci complicasse la vita rendendo insignificante e pregiudizievole la nostra interpretazione del testo, il punto di vista del racconto aveva sempre coinciso con quello dell’autore. Ma ne Il giro di vite la storia è raccontata attraverso gli occhi dell’istitutrice, a cui il romanziere non da un nome; e fin dalle prime pagine viene da chiedersi se non sia opportuno dubitare di quello sguardo e soprattutto di quella sua confessione, alla quale non vorremmo credere, incapaci come siamo di accettare il pensiero che il male esiste e che, quando si manifesta, è sempre tutt’altro che gradevole.

Irene Ivaldi darà corpo alla misteriosa istitutrice, letteralmente abitata dalle presenze di volta in volta evocate; una polifonia di voci che diviene avventura psichica, rumore del pensiero.
Per il Festival delle Colline abbiamo realizzato un allestimento site-specific tutto all’interno della platea del teatro Gobetti, ma il lavoro verrà ripensato e ricreato per ogni nuovo luogo, sfruttandone la peculiarità, e facendolo suonare in modo assolutamente inconsueto e inquietante per gli spettatori.
Abbiamo immaginato una sorta di zattera, un ideale relitto di salotto borghese che ospita una donna che indossa un desueto vestito a lutto. Potrebbe essere un angolo del salotto in cui William James, il fratello dello scrittore, molto coinvolto dalle pratiche esoteriche del suo tempo, riceveva Mrs Piper, la medium più famosa del suo tempo.
Nei suoi romanzi James non impone l’onnipotente punto di vista dell’autore ma lascia che la storia sia narrata da qualcuno che la vive dall’interno; senza un giudizio precostituito il lettore/spettatore è in crisi, deve partecipare, farsi domande sul senso della storia. Così, in uno spazio che coinvolge sensorialmente lo spettatore, la vicenda si fa vicenda di ognuno, rimanendo ambigua e indecifrabile.

“Al Festival delle Colline torinesi… si è visto il primo movimento di un progetto di Valter Malosti su Giro di vite di Henry James… uno dei più magistrali sguardi sull’abisso, qui diventa una partitura vocale per un’ attrice con un ovvio debito a Carmelo Bene nell’invenzione espressiva e nello scavo drammaturgico attraverso l’amplificazione. Su una “zattera”… come fosse lo “spaccato* di un antico salotto borghese, la bravissima Irene Ivaldi in abiti ottocenteschi, sta seduta su una poltrona senza mai muoversi. L’invenzione dell’allestimento è tutto sulla sua recitazione ai microfoni, concentrata sulla governante e sul piccolo Miles: orchestrata dal bel progetto sonoro di Alcaro che arricchisce di dimensioni interiori il racconto, in un misto di leggerezza e sofferta dignità, innocenza e infamità, la voce di Irene Ivaldi dà identità concreta ai personaggi e ai loro demoni, in una prova misurata e bella. “
Anna Bandettini, da La Repubblica del 14/06/2015

ROBERTO CACCIAPAGLIA

Un sublime concerto del maestro Roberto Cacciapaglia, autore di Wild Side, nota al pubblico come la Musica dell’Albero, nella maestosa cornice dell’arena aperta dell’Expo 2015 Milano.

Il concerto che di fatto sancisce la chiusura dell’immenso evento di portata mondiale.

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